Nel nostro lavoro pubblicato sull’Italian Journal of Medicine abbiamo provato a mettere a fuoco un fenomeno tanto frequente: quando il medico, per difendersi, “si disconnette” sul piano emotivo e si crea una distanza invisibile tra lui e il paziente. A questo abbiamo dato un nome preciso: disconnessione empatica. Nel paper descriviamo le basi neuroscientifiche dell’empatia e quattro scenari tipici in cui, nella pratica clinica quotidiana, l’empatia si riduce senza che il medico se ne accorga, con ricadute sulla qualità dell’esperienza del paziente.


Che cos’è davvero l’empatia in medicina?

Quando parliamo di empatia non intendiamo essere gentili o cortesi in modo generico. L’empatia, in realtà, è fatta di più componenti:

  • cognitiva: capire il punto di vista dell’altro
  • affettiva: sentire dentro di sé, almeno in parte, l’emozione dell’altro
  • motivazionale/compassione: provare il desiderio di aiutare chi soffre

Nella relazione di cura, un buon equilibrio tra queste dimensioni permette al medico di essere abbastanza coinvolto da comprendere il paziente, ma non così tanto da esserne travolto e perdere lucidità.


Quando l’empatia si interrompe: la disconnessione empatica

Nella pratica clinica, il medico è esposto ogni giorno a sofferenza, urgenze, aggressività, limiti di tempo. È normale, e in parte sano, che il cervello cerchi delle “difese” per non andare in sovraccarico emotivo. Il problema nasce quando queste difese diventano automatismi che spengono l’empatia e peggiorano l’esperienza del paziente.

Nel nostro articolo descriviamo quattro scenari molto comuni:

  1. Controtransfert ostile
    Il medico prova una antipatia o irritazione verso il paziente (che può essere in un momento di ansietà o sofferenza e quindi a volte poco gradevole). Anche se il comportamento esterno resta “professionale”, il paziente percepisce la distanza e tende a chiudersi, a fidarsi meno, a raccontare meno.
  2. Giudizio morale
    Il paziente viene visto e trattato in base a una sua presunta “colpa”: una cattiva abitudine, un’ opinione “forte”, una storia difficile alle spalle, qualcuno che “se l’è cercata”. Quando il medico giudica, l’empatia cala e il paziente si sente etichettato, quindi racconta meno, aderisce peggio alle cure, tende a evitare i controlli.
  3. Disagio fisico reattivo
    Alcuni pazienti, per condizioni psichiatriche o neurologiche, possono apparire agitati, imprevedibili, con mimica facciale o tono di voce “strani”. È normale che il medico provi una reazione di allarme fisico (cuore che accelera, muscoli tesi): è il sistema nervoso autonomo che si mette in modalità difesa. In queste situazioni è facile smettere di ascoltare davvero e concentrarsi solo sul “gestire” il paziente.
  4. Etichettare il paziente
    Il paziente non è più una persona, ma “il fegato, il cuore, il tumore”. Ci si concentra solo sul protocollo e sulle linee guida, perdendo di vista la storia, le paure, le priorità di quella persona. È più efficiente sul piano tecnico, ma più povero sul piano umano, e può portare anche a errori diagnostici se tutto viene ricondotto alla “diagnosi etichetta”.

Perché questo riguarda anche i pazienti (non solo i medici)

Parlare di empatia significa riconoscere che:

  • l’empatia ha basi biologiche e può essere modulata, allenata o, al contrario, spenta
  • un certo grado di difesa è necessario per proteggere i professionisti dal burn-out
  • ma quando la disconnessione empatica diventa la norma, ne soffrono la qualità della cura, l’alleanza terapeutica e, in ultima analisi, anche gli esiti clinici

Per il paziente, essere consapevole di questi meccanismi può aiutare a:

  • riconoscere che non sempre un medico “freddo” è cattivo o indifferente: spesso è solo sovraccarico
  • trovare modi chiari e diretti per esprimere i propri bisogni (“ho bisogno che mi spieghi meglio”, “questa cosa mi spaventa molto”)
  • cercare, quando possibile, un contesto di cura in cui ci sia spazio anche per la parte relazionale, non solo per gli esami e le ricette

Cosa possiamo fare concretamente come medici

Nel nostro articolo proponiamo un primo passo semplice e realistico: imparare a riconoscere le situazioni di disconnessione empatica appena si presentano.

Non servono tecniche complesse per iniziare:

  • notare quando un paziente “ci sta antipatico” e chiedersi perché
  • accorgersi quando stiamo giudicando la persona e non il comportamento
  • essere consapevoli delle nostre reazioni fisiche di allarme
  • ricordarci che dietro l’etichetta diagnostica c’è una storia, una famiglia, un vissuto

Spesso, già la sola presa di coscienza modifica il nostro modo di stare nella relazione: sospende il giudizio, riapre un minimo di ascolto, riduce lo stress.


Cosa portarsi a casa

  • L’empatia non è solo “gentilezza”: è una competenza clinica che influisce su esperienza, adesione alle cure e, potenzialmente, sugli esiti.
  • I medici, per difendersi dal sovraccarico emotivo, mettono in atto (spesso senza accorgersene) meccanismi di disconnessione empatica.
  • Quattro scenari ricorrenti sono: ostilità nascosta, giudizio morale, disagio fisico reattivo ed etichettamento del paziente.
  • Riconoscere questi schemi in tempo reale è il primo passo, concreto e sostenibile, per rendere la relazione di cura più umana senza consumare il professionista.

Link all’articolo completo:

https://www.italjmed.org/index.php/ijm/article/view/itjm.2018.1043

Link alle pagine dei coautori Dott. Matteo Rizzato e Dott. Michele Antonelli:

https://www.matteorizzato.it

https://www.micheleantonelli.com